Saggio breve

Esistono due concezioni del lavoro:

  • la prima, che è una idea predominante ai giorni nostri, è quella che considera il lavoro come un’attività separata dalla persona.
  • La seconda invece considera il lavoro come parte integrante della persona che ne influenza l’identità, l’autostima e la vita familiare.

Sulla base di quanto detto il tema del lavoro è sempre stato centrale nella descrizione e nella determinazione di una società, l’Unione Europea lo considera uno degli indicatori da tenere sotto controllo per monitorare l’economia dei paesi membri: i dati Eurostat sono quindi diretta conseguenza di questo “controllo europeo” e come appare evidente dall’estratto proveniente da “La Stampa” pongono i vari paesi su una sorta di podio, promuovendo il confronto tra nazione e nazione.
Di questi dati poi è possibile farne una pagella delle azioni dei singoli governi: il governo italiano, per esempio, ha recentemente approvato una riforma del mondo del lavoro che non sembra aver dato i risultati sperati: come commenta Luca Ricolfi sul “Sole 24 Ore” non solo il bilancio in materia di occupazione è “davvero magro” ma “la quota di lavoratori a tempo determinato non è diminuita ma è aumentata”.
Quanto viene messo in luce dal Sole 24 Ore e dai dati Eurostat sembra però essere solo una parte delle variabili in gioco e per capire meglio dobbiamo tornare alla seconda concezione del lavoro che abbiamo illustrato nell’introduzione. Partendo da quella è possibile forse cercare di comprendere come intervenire sul mondo del lavoro e sull’economia europea: il Professor Luciano Gallino parlando proprio di quella fascia della popolazione che è precaria, punta il dito sul ruolo delle aziende e richiede l’intervento dei governi nel contrastare proprio quella “flessibilità” che è stata in passato tanto decantata, definendolo “un impegno di lungo periodo, un compito a cui tutti i Paesi occidentali sono chiamati”.
Oggi la sfida, secondo il Professor Gallino, che riguarda la necessità di livellare le differenze esistenti tra le classi più agiate e le forze lavoro più povere e questa sfida può essere vinta solo con una presa in carico del problema a livello globale, con un’Europa che dovrebbe occuparsi di risolvere i conflitti presenti nel mondo del lavoro a favore delle classi e dei paesi meno abbienti mentre a livello nazionale il professore richiama l’attenzione a quelle che sono le regole della nostra costituzione in materia di lavoro, che richiamano lo Stato e le aziende ad agire nell’interesse del lavoratore,che ha diritti e doveri, e del Paese.
In conclusione, considerato tutto ciò sembra ora più facile comprendere come mai le indagini di Eurostat abbiano dato i risultati riportati dai giornali: la flessibilità, nuova musa europea del lavoro, è intesa come flessibilità dell’occupazione e come flessibilità della prestazione e l’una spesso tende a determinare la comparsa dell’altra.
In questo modo la flessibilità ha mutato pelle e si è velocemente trasformata in precarietà, cioè in quello che i paesi europei dichiarano di voler combattere e che continuano però a foraggiare.