La Bibbia e il lavoro

Riguardo al lavoro, la Bibbia offre principi di ordine generale e non una trattazione sistematica e approfondita. Il lavoro viene accettato e presentato come parte integrante della vita dell'uomo e collocato nella prospettiva del rapporto tra Dio e l'uomo.
Il libro della Genesi presenta Jahvè come un dio che lavora e si riposa: in sei giorni crea l'universo, il settimo giorno contempla la perfezione della propria opera. Per l'uomo il lavoro è connaturale: posto da Dio nel giardino, a lui è affidato il compito di custodirlo e coltivarlo. Il lavoro è, dunque, un'attività degna della persona alla quale è chiamata da Dio stesso.
L'armonia primitiva viene distrutta dal peccato di Eva e di Adamo: il lavoro diventa fonte di fatica e sofferenza e perde il suo significato di feconda collaborazione con il Creatore. Questa concezione pessimistica si sviluppa negli episodi di Caino e Abele e della Torredi Babele, nei quali viene condannata la concezione del lavoro separato da un giusto rapporto con Dio e frutto della superbia e della malvagità dell'uomo. La giusta dimensione del faticare dell'uomo viene ristabilita nella riflessione biblica successiva.
Il lavoro viene presentato come una necessità per l'uomo e va interpretato alla luce di un corretto rapporto con Dio: non deve diventare un idolo, il solo scopodella vita, un valore assoluto, ma rimanere sempre legato alla preghiera e subordinato al giorno del riposo, giorno dedicato esclusivamente al culto di Dio.
Nel Nuovo Testamento ritroviamo gli stessi concetti. Il Vangelo mostra Gesù e gli Apostoli che lavorano, affaticandosi sia nel lavoro fisico che nella predicazione e Gesù, anche se non in modo sistematico, affronta spesso i problemi legati al tema del lavoro. Il lavoro non deve essere fonte di affanno e preoccupazione e diventare la cosa più importante della vita. Nella visita a Marta e Maria e nel Discorso della Montagna, Gesù antepone ad un attivismo esagerato l'ascolto della Parola di Dio e all'accumulo dei beni materiali il fiducioso abbandono alla Provvidenza divina. Anche la preghiera del Padre nostro riconosce la necessità di non assolutizzare il lavoro e di chiedere al Padre quanto è necessario per vivere.
Celebre è, infine, l'affermazione di S. Paolo: Chi non vuole lavorare, neppure mangi. Paolo si vanta di aver sempre lavorato con le proprie mani non per accumulare ricchezze, ma per non essere di peso ad alcuno e per ottenere, grazie al lavoro, l'autonomia e la libertà che gli consentono di predicare. Nella comunità cristiana, quindi, il lavoro e il giusto guadagno che ne deriva sono un mezzo, non il fine della vita, e devono aiutare i credenti nella diffusione del Vangelo e nelle opere di carità verso i più bisognosi.